25 ottobre 2012

Mi viene da VOMITARE, LEGGETE BENE.

Da quotidiano "La provincia" di Como. Oggi 25 ottobre.
MORTE ATROCE: FU UCCISA A BASTONATE.

TAVERNERIO Maddalena Calabria scomparve nel nulla la sera del 21 maggio del 1993. Aveva paura. Appena un mese prima, il 25 aprile, era stata picchiata, legata e imbavagliata da due banditi che avevano fatto irruzione nella casa in cui prestava servizio a Oggiono, la villa dell'industriale Luciano Fumagalli. Da maggio di lei non si ebbero più notizie. Gli amici e i familiari la cercarono dappertutto ma il suo caso, dopo un passaggio a "Chi l'ha visto?", finì archiviato.
Vent'anni più tardi suonano profetiche le dichiarazione di una amica, Maria Sozio, di Molteno, che all'epoca della scomparsa raccontava a "La Provincia" di temere una vendetta dei banditi. Ci aveva azzeccato, almeno secondo quanto va sostenendo in questi giorni la Procura della Repubblica di Lecco, che per l'omicidio e la scomparsa di "Mady" ha iscritto sul registro degli indagati Fabio Citterio, 45 anni, di Lurago d'Erba e la sua amica Tiziana Molteni, 53, di Dolzago, nel Lecchese. Sono gli stessi indagati per l'omicidio di Antonio Caroppa, un operaio ammazzato lo scorso 10 maggio nel garage di casa a Paderno D'Adda, con un colpo di pistola alla gola, "giustiziato" in nome e per conto di Alberto Ciccia, un 46enne di Briosco che in galera sconta una condanna per un triplice omicidio avvenuto nel '96. Caroppa, sempre secondo la Procura, avrebbe pagato con la vita il fatto di essersi legato sentimentalmente all'ex compagna di Ciccia, che a sua volta avrebbe incaricato Molteni e Citterio di regolare i conti.
La vicenda è piuttosto ingarbugliata, ma di fatto, indagando su Paderno, i pm lecchesi si sarebbero imbattuti nelle rivelazioni di un "collaboratore". È una circostanza non confermata, ma che spiegherebbe bene come da Paderno si sia approdati a Tavernerio.
Secondo i pm, Tiziana Molteni e il suo amico Fabio Citterio sono i due banditi che la sera del 25 aprile di 19 anni fa irruppero nella casa dell'industriale di Oggiono per rapinarlo. E, soprattutto, sono i due che, un mesetto più tardi, forse per paura di essere scoperti, rapirono e uccisero la povera Maddalena, salvo poi nascondere il suo cadavere sotto il muro di cinta del cimitero di Tavernerio, in un luogo isolatissimo, al limitare dei boschi che salgono sulle pendici del Bolettone. Oggi è un'area videosorvegliata, ma all'epoca, soprattutto di notte, e prima che fossero completati i lavori di ristrutturazione, chiunque avesse sepolto un cadavere avrebbe avuto la certezza di poterlo fare indisturbato. Il corpo fu rinvenuto otto anni dopo, il 4 dicembre del 2001, nel corso degli scavi per la risistemazione del campo santo. Su quel cadavere semi mummificato indagò il pm di Como Mariano Fadda. Gli elementi su cui lavorare non erano moltissimi. La salma era mummificata. Ma c'erano degli abiti: «Indossava una gonna, un paio di scarpe, delle calze», ricorda per esempio Franco Lai, che all'epoca era stato incaricato del recupero della salma.
Il pm aprì un fascicolo per omicidio contro ignoti, dispose una autopsia affidandone l'incarico all'anatomopatologo Giovanni Scola, ma alla fine si arrese, costretto ad archiviare con un nulla di fatto. L'esame non consentì di chiarire né le cause né le modalità della morte, e meno che mai l'identità della donna. Si arriva così a quest'anno, quando i pm lecchesi contattano i colleghi di Como chiedendo di poter visionare quel fascicolo, che parte alla volta dell'altro ramo insieme ai pochi reperti rimasti, cioè i vestiti.
La conclusione, ben dettagliata negli avvisi di garanzia, è sconcertante: combinando l'autopsia con alcuni ulteriori accertamenti del Ris, i magistrati concludono che Mady fu prima bastonata e poi finita con un sacchetto di plastica calato sulla testa. Se l'ipotesi sarà confermata, la povera Mady aveva ragione. Qualcuno voleva ucciderla, ma nessuno le credette.
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