13 giugno 2012

Un breve brano, divertente.



Da "La valle degli orsi" ......si trova in libreria.
UN CAPITOLO.

Birichinate
Particolarmente tirchia nei voti era la professoressa di lettere. Voleva evitare, in tutti i modi, che noi li sapessimo. O, magari, li indovinassimo. Prima li scriveva a matita. Per non correre il rischio che, seguendo il movimento della mano, potessimo capire il numero, si metteva davanti una barricata di libri. Un giorno, mentre era in classe, la presi­ de la mandò a chiamare per dirle non so cosa. Appena fu uscita dall’aula, andai alla cattedra e cominciai a leggere a voce alta i voti. “Gabriella: sei meno meno”, “Franca: sette e mezzo” e così via. L’insegnante rientrò camminan­ do quatta quatta, mentre io ero lì che sbandieravo voti. Un’altra nota per me. Non ricordo, però, il castigo. Ma le mie compagne mi volevano molto bene.
Un classico degli scherzi per i supplenti meno sve­ gli era quello di spostare l’armadio davanti alla porta. Facevamo così: fingendoci particolarmente interessati a parlare con l’insegnante di un certo argomento, ci affollavamo tutti attorno alla cattedra. Intanto, i due più robusti sollevavano l’armadio e lo mettevano davanti alla porta. Il povero supplente, quando suonava la cam­ panella e voleva uscire dall’aula, rimaneva interdetto: non trovava più la porta! Un altro classico era il brusio della mosca. Sapevamo imitarlo alla perfezione, senza muovere un muscolo della faccia. Iniziava una di noi. Poi lei smetteva e riprendeva un’altra, in un altro punto dell’aula. Sembrava proprio che una mosca impertinen­ te svolazzasse qua e là, così veloce che nessuno riusciva a vederla. Una vera bambanata!4 Per noi, come per tutti i ragazzi, l’importante a scuola era trovare un motivo qualunque per ridere. Sulle mie pagelle appariva ogni tanto anche qualche otto in condotta, frutto delle mie prime proteste: “Troppi compiti”, “Esagerato il pro­ gramma da presentare alla maturità”, “Il riscaldamento non funziona”… Se poi rimanevo inascoltata, a volte uscivo da scuola seguita dall’intera classe.

Quando ero ancora alle medie, durante una lezione di disegno (materia da sempre prediletta), mi saltò in mente di giocare a palla con la mia merendina: un’aran­ cia. Appena la professoressa – che ci massacrava di pro­ iezioni ortogonali – si chinava su un banco per spie­ gare qualcosa ad una compagna, partiva il lancio. Ero nel primo banco e Gabriella, la mia amica del cuore, all’ultimo. Lanciavo l’arancia in fondo all’aula e lei la prendeva al volo. Andavamo avanti così da un bel po’, quando un lancio, più teso del solito, mandò l’arancia (ormai molliccia) a spiaccicarsi sul muro. Io e Gabriella ci sedemmo di colpo, fingendo la massima concentra­ zione, mentre tutti ridevano come matti. L’insegnante
ci individuò subito. Si arrabbiò moltissimo. Si fece con­ segnare i nostri due diari per scrivere la fatidica nota. Poche righe di richiamo ai genitori, in cui si spiegava vagamente l’accaduto e si pretendeva un castigo. Sarei dovuta partire per Napoli. Toccava a me andare a tro­ vare i nonni: una vera festa. Mi fecero saltare il turno. Io a casa e Giulio dai nonni…………

 4 “Scempiaggine”, “stupidaggine”, “scherzo” in dialetto lombardo. (N.d.A.)

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